« In tutto il mondo, ci dicono, in ogni momento ci sono un tot di persone che nascono, muoiono, concepiscono un figlio, oppure si trovano una pistola puntata addosso. A me piace pensare che in ogni istante da qualche parte nel mondo un giocatore dilettante qualsiasi stia segnando un gol straordinario. È successo a chiunque abbia giocato a calcio. In qualche occasione, forse anche una volta sola, abbiamo spedito la palla in gol da 25 metri, lasciando di sale il portiere, oppure abbiamo incornato il pallone (a occhi chiusi ovviamente) spedendolo nel sette come una fucilata. Non tutti gli sport offrono questa emozione. Quante volte può capitare, andando alla piscina comunale, che qualcuno batta il record del mondo? Eppure, per la legge delle probabilità, ogni domenica un pancione bolso che passa le giornate al pub segna un gol splendido quanto quelli dell'inarrivabile Pelé e del possente Bobby Charlton. Può accadere ovunque e se si sa aspettare abbastanza succederà praticamente dappertutto. È questo il bello del calcio: qualche momento sublime, molti episodi ridicoli, e tutto ciò che sta nel mezzo tra i due opposti »

venerdì 20 febbraio 2015

Pelé chi? La storia dimenticata di Josef Bican

Trattandosi di uno sport di squadra, nel calcio i record individuali sono sì importanti, ma non hanno quella fondamentale importanza che rivestono ad esempio in sport individuali come l'atletica. Quindi i record personali nel calcio fanno parte di quel gruppo di cose che fa piacere ottenerle, ma il cui conseguimento non è di certo fondamentale: non mi risulta difficile immaginare Miro Klose molto più felice la scorsa estate, quando ha vinto un titolo mondiale da dodicesimo uomo (e che dodicesimo uomo, essendo stato decisivo quando chiamato in causa nei momenti chiave della cavalcata tedesca in Brasile), rispetto al mondiale 2006, chiuso con in tasca un titolo di capocannoniere ma con Grosso e Del Piero a uscire festanti dal Westfalenstadion.
Quasi come logica conseguenza, parecchi record individuali, il più delle volte risalenti a epoche remote, non sono nemmeno conosciuti ai più. Eccetto uno: quello di miglior cannoniere in assoluto nella storia del calcio. Tutti infatti sanno che la corona dei bomber all-times spetta al brasiliano Pelé, capace di realizzare 1281 gol in carriera fra Santos, New York Cosmos e Nazionale Brasiliana.
"Pelé chi?"

"Come "Pelé chi"?" vi chiederete: tutti sanno chi è O Rey Pelé, l'uomo che vinse tre dei quattro Mondiali (dal 1958 al 1970) disputati col Brasile; l'icona mondiale del calcio negli anni Sessanta e Settanta, colui per il quale le due fazioni opposte nella guerra civile nigeriana cessarono il fuoco per 48 ore, pur di poterlo ammirare in campo a Lagos con il suo Santos; il cui millesimo gol in carriera riuscì in Brasile ad oscurare l'impresa di Pete Conrand e Alan Bean, che nello stesso giorno in cui Pelé realizzava su calcio di rigore O Milésimo furono protagonisti del secondo viaggio umano sulla luna dopo il più noto primo allunaggio dell'agosto del 1969 di Armstrong e Aldin. Calciatore, ma anche attore: chi non ricorda la fantastica rovesciata in "Fuga per la vittoria" compiuta nei panni di Luis Fernandez? Per non star poi a parlare di gesti tecnici unici nella storia del calcio, come quello chiamato in Brasile drible da vaca, ovvero la finta di corpo con la quale supera un avversario in velocità scattando da un lato, facendo passare il pallone dal lato opposto senza toccarlo: per maggiori info, chiedere a Ladislao Marzurkiewicz.
Tutto questo per dire che quando parliamo di Pelé, al secolo Edson Arantes do Nascimento, non parliamo di un calciatore qualsiasi, ma di uno dei più grandi calciatori di sempre.
Eppure, il titolo di questo articolo non è del tutto campato in aria: esiste infatti un calciatore che potrebbe rivolgersi così a O Rey. No, non è di Maradona, colui il quale gli contende la corona di miglior calciatore di sempre, che sto parlando. Diego è stato molto meno gentile quando gli si chiedeva un parere sul grande rivale brasiliano, il quale a onor del vero non è mai stato nemmeno lui prettamente politically correct ogni qualvolta gli si chiedeva un parere riguardo al Pibe de oro. Potrebbe infatti rispondervi così, se gli parlaste di Pelé, un altro calciatore, il quale che io sappia non ha mai conosciuto il campione brasiliano. E anche se gli parlaste dei 1281 gol di Pelé, anche in quel caso la sua risposta non muterebbe: "Pelé chi?".
Il suo nome è Josef Bican. Un nome che ai più non dice nulla, e la cui storia è stata dimenticata. Peccato, perché la sua storia sarebbe stata davvero parecchio avvincente: Bican infatti di professione faceva il centravanti, e dal 1931 al 1955 ha portato a termine il suo compito principale, quello di far gol, ben 1468 volte. Proprio così, 1468 gol, che fanno di Josef Bican il miglior cannoniere della storia del calcio. Proprio come lo ricorda una targa nel cimitero di Vyšerhad, là dove riposa dal 12 dicembre 2001, fra i grandi della nazione boema. Lui che boemo non era.
Ma andiamo con ordine, e raccontiamola per bene la storia di Bican, la storia di un uomo, prima che calciatore, che ha vissuto tutti gli avvenimenti turbolenti del Mitteleuropa nel secolo breve: nato nel 1913 a Vienna, allora l'ombelico del mondo, è nella capitale che inizia a giocare a calcio, secondo alcuni in maniera divina proprio perché giocava senza scarpe a causa dell'estrema indigenza in cui la famiglia si venne a trovare alla morte di suo padre Frantisek, anch'egli calciatore per l'Hertha Vienna, la prima squadra in cui giocherà anche Josef. Da lì iniziò il suo viaggio fra i club della capitale: prima nel modesto Schustek, per il quale segnò 24 gol in 23 partite che valsero l'interesse del maggiore club cittadino, il Rapid. Bican ha 18 anni, ed è ancora il prediletto di mamma Ludmila, della quale si dice che, alla primissima partita di Bican cui assistette, picchiò con un ombrello un calciatore avversario reo di aver commesso un brutto fallo su Bican. Leggende a parte, Bican al Rapid Vienna diviene la macchina da gol quale è ricordato essere: è capocannoniere austriaco nel 1934, e l'anno dopo vince il campionato col Rapid. Dopo il titolo, e 52 reti in sole 49 partite giocate, passa all'Admira, sempre nella sua Vienna: i gol saranno solo 18 in 26 partite, ma bastano perché possa laurearsi campione austriaco nel 1936 e nel 1937. Nel frattempo arriva anche la chiamata di Meisl per il Wunderteam: esordio nel 1933, giocherà per il Wunderteam 19 partite, condite da 14 reti, e disputò il mondiale 1934 al fianco di Sindelar, chiudendo in semifinale contro i padroni di casa e futuri campioni dell'Italia

Ma Bican non è ancora nella leggenda: non è nella Terra Promessa che il destino gli ha indicato per entrare nella storia. Ed è nel 1937 che prende la decisione che gli cambierà la vita: in quell'anno infatti, da tri-campione austriaco in carica, lascia Vienna per Praga, approdando alla sua squadra: lo Slavia. Il trasferimento gli fece bene: lui, uomo mite, schivo, tranquillo, modesto, politicamente diffidente, non vedeva con entusiasmo il nazismo, e il suo connazionale, Hitler, che proprio nel periodo in cui lui segnava le prime delle 832 reti in 427 partite in maglia biancorossa, mise a segno il primissimo tassello della sua scalata verso il dominio europeo, ovvero l'Anschluss. A completare l'opera di distacco dall'Austria ci pensò l'acquisizione della cittadinanza cecoslovacca, che gli donò la seconda maglia di una selezione nazionale: per la Cecoslovacchia Bican giocò 14 partite, e per 12 volte appose la sua firma ai match. Fra queste presenze non è incluso però il campionato mondiale 1938: in Francia infatti Bican non ci andò, a causa di un errore di trascrizione da parte delle autorità cecoslovacche. La sua storia con le nazionali però non finisce qui: Hitler alla fine arrivò anche in Cecoslovacchia, la privò dei Sudeti, che divennero tedeschi a tutti gli effetti, e rese la restante parte della nazione protettorato tedesco di Boemia e Moravia. Che ebbe pure una sua rappresentativa calcistica: nell'unica partita che giocò questa selezione, Bican ne fu il centravanti, e realizzò una tripletta nel 4-4 finale con la Jugoslavia, tripletta che rese Bican l'unico calciatore ad aver segnato con tre nazionali diverse.
Ma torniamo allo Slavia Praga, il vero amore di Josef: subito conquista da protagonista la Coppa Mitropa, il più prestigioso trofeo europeo dell'epoca, e in campionato fa faville: è sempre capocannoniere, e il titolo cecoslovacco non gli sfuggirà mai nel periodo 1940-1943. Ma a rompere questo idillio interviene ancora una volta la realtà, che nell'immediato dopoguerra, in Cecoslovacchia, vuol dire regime comunista. Per un uomo come Bican, del tutto disimpegnato politicamente tanto da non aderire nemmeno al partito comunista, ci vorrebbe un paese moderato, con un'ideologia politica che non fosse né di destra, né di sinistra. Ovvero, un governo di centro. Dire centro in quegli anni equivale a dire Italia, dove si fa sempre più saldo il governo targato Democrazia cristiana. Per la verità la proposta italiana arrivò: è la Juventus a farsi avanti e a puntare in maniera decisa sull'asso cecoslovacco per tentare la rincorsa al tricolore che mancava da tempo, ma non se ne fece nulla: alcuni amici sconsigliarono a Bican di trasferirsi in Italia, poiché a loro parere c'era un PCI molto forte, che avrebbe preso raggiunto il potere, e questo a Bican avrebbe potuto creare qualche problema. Fu così, per un errore di valutazione, che Bican rimase a Praga, intrappolato al di là della cortina di ferro, sotto un regime che non poteva di certo amare un austriaco non aderente al partito.
Da lì in poi, la vita di Bican si fece dura, tanto da essere costretto a lasciare il suo Slavia Praga per il Vitkovice, a Ostrava. Bican però sa rimettersi in gioco: anche lì continua a far gol, tantissimi, portando la squadra in massima serie, e conquistando nel 1950 il suo decimo titolo di capocannoniere cecoslovacco. La sua determinazione gli valse, dopo questi anni di "esilio" il ritorno allo Slavia, adesso socialistizzato in Dynamo Praga, ma non importa: l'amore c'è sempre, e anche la voglia di far gol. Ne saranno 15 in due stagioni in cui veste la maglia biancorossa solo 21 volte, poi a 42 anni decide di appendere le scarpette al chiodo.
Poi l'oblio: il regime non lo ama, e gli rende la vita difficile ogni volta che può, e gli toglie tutto. Innanzitutto la fama, il ricordo, l'amore dei suoi tifosi. Per lui è difficile anche allenare, nonostante riesca (cosa rarissima, per il mondo comunista) ad andare ad allenare in Belgio: è il 1968, e a Praga il regime ha ben altre grane per la testa, che non gli consentono di stare a pensare ad un ex calciatore di cui nessuno più si ricorda. Sì, perché è proprio questo il risultato della freddezza di governo, ma anche di quelli che una volta erano vecchi amici: nessuno più ricorda Josef Bican, né in Cecoslovachia, né tanto meno nel resto del pianeta calcio, per il quale ciò che accadeva al di là del muro era avvolto da una spessa coltre di mistero.
La riscoperta, molto tardiva, del mito Bican, arriverà solo nei primi anni novanta, quando il muro è ormai caduto, e l'Unione Sovietica e i suoi regimi satelliti stanno man mano collassando su sé stessi. Il nuovo governo democratico della Repubblica Ceca rende pian piano giustizia a questo vecchio campione, e anche il calcio si ricorda di lui: è così che nel 2000 l'IFFHS, l'istituto internazionale di statistiche del calcio, fa per bene i conti e scopre che non Pele, ma Bican è il calciatore che ha battuto più volte i portieri avversari, e gli riconosce la tanto tardiva quanto giusta gloria calcistica.
Gloria che però Bican non ha quasi il tempo di godersi: i problemi cardiaci che lo affliggevano da tempo se lo portano via ad 88 anni, il 12 dicembre 2001, agli inizi del nuovo secolo. A parziale risarcimento dell'ostracismo al quale fu sottoposto in vita, il governo ceco decise di concedergli solenne sepoltura al Vyšerhad, da dove è partita la nostra storia. Un onore, quello di riposare fra i grandi della Repubblica Ceca come Smetana, Mucha e Jan Neruda - il poeta che ispirò a tal punto un giovane cileno di nome Ricardo Reyes Bosoalto, che pure scriveva delle poesie niente male, a firmarsi in suo onore con lo pseudonimo Pablo Neruda - che difficilmente avrebbe avuto se fosse morto prima degli anni '90, e che difficilmente avranno altri calciatori. Ma, oltre a Smetana, Mucha e Neruda, vicino a Josef c'è soprattutto lei, sua moglie Jarmila, che gli fu sempre vicina negli anni dell'oblio, e che lo ha raggiunto esattamente dieci anni dopo (non un giorno in più) la sua scomparsa: l'unica alla quale non hanno potuto in nessun modo far dimenticare chi fosse Josef Bican, l'uomo che segnò più di Pelé, ma nessuno se lo ricorda.

SITOGRAFIA IMMAGINI E VIDEO:
https://www.youtube.com/watch?v=-UzRsvCsC4c
http://img.dailymail.co.uk/i/pix/2007/06_02/peleDM2006_468x808.jpg
http://www.myfootballfacts.com/8642.jpg
http://www.elfutbolesinjusto.com/hemeroteca/wp-content/uploads/2014/12/Bican-Foto-keying168.com_.jpg
http://3.bp.blogspot.com/-o5KoI18Y0jk/Tu50fFSn_cI/AAAAAAAAAYg/p9OFssCD1Sw/s1600/display_image.jpg
http://i.lidovky.cz/11/072/lnorg/MEV3c6649_F200802180021201.jpg
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