« In tutto il mondo, ci dicono, in ogni momento ci sono un tot di persone che nascono, muoiono, concepiscono un figlio, oppure si trovano una pistola puntata addosso. A me piace pensare che in ogni istante da qualche parte nel mondo un giocatore dilettante qualsiasi stia segnando un gol straordinario. È successo a chiunque abbia giocato a calcio. In qualche occasione, forse anche una volta sola, abbiamo spedito la palla in gol da 25 metri, lasciando di sale il portiere, oppure abbiamo incornato il pallone (a occhi chiusi ovviamente) spedendolo nel sette come una fucilata. Non tutti gli sport offrono questa emozione. Quante volte può capitare, andando alla piscina comunale, che qualcuno batta il record del mondo? Eppure, per la legge delle probabilità, ogni domenica un pancione bolso che passa le giornate al pub segna un gol splendido quanto quelli dell'inarrivabile Pelé e del possente Bobby Charlton. Può accadere ovunque e se si sa aspettare abbastanza succederà praticamente dappertutto. È questo il bello del calcio: qualche momento sublime, molti episodi ridicoli, e tutto ciò che sta nel mezzo tra i due opposti »

venerdì 27 febbraio 2015

Il sogno ad occhi aperti del Calais


Il grande calcio ha conquistato i cuori di quasi tutti gli sportivi del mondo, che riempiono settimanalmente - o anche meno, visto il sovraffollamento dei calendari calcistici internazionali - gli stadi per assistere allo spettacolo sportivo che offrono i protagonisti in campo, dei professionisti ben pagati che appunto prendono a calci un pallone guadagnando in cambio un sostanzioso ingaggio.
Le emozioni di una partita di calcio non sono però riservate soltanto ai grandi palcoscenici: parallelamente ai pochi professionisti c'è un plotone di squadre i cui calciatori scendono in campo in piccolissimi impianti senza percepire alcun ingaggio. Stiamo parlando ovviamente del calcio dilettantistico, molto presente nel tessuto sportivo e nei pensieri del tifoso medio, tanto che i campetti di periferia in cui vanno in scena le partite sono quasi sempre affollati di un discreto numero di spettatori, che incitano la loro squadra del cuore, quella della piccola realtà a loro più vicina. E sono partite sentitissime: il tifo è caloroso, ed è l'unico vero compenso di questi calciatori part-time, che una volta giunto il triplice fischio si spogliano del loro completino e indossano nuovamente i panni che occupano per il resto della settimana.
Calcio professionistico e dilettantistico, due mondi agli antipodi appartenenti allo stesso universo: ci sono infatti numerose differenze che fanno sì che questi mondi siano costantemente separati da una barriera, lontanissimi. Eppure, a volte queste due realtà vengono a contatto, molto raramente e in precise occasioni. Il più delle volte si tratta di amichevoli estive, buone solo per tastare i muscoli e la preparazione atletica dei professionisti in vista della stagione che verrà, e per i dilettanti come occasione di vedere da vicino quei divi del pallone che altrimenti seguirebbero solo in TV. Esistono però anche delle competizioni particolari in cui solo alcune squadre dilettantistiche, dopo aver superato dei turni eliminatori, possono giocarsela contro i più famosi, più attrezzati e più ricchi professionisti. Ovviamente parliamo della FA Cup, ma non solo: anche in Francia la coppa nazionale assume questo carattere ecumenico, e infatti alla competizione partecipano, nelle prime fasi, club non appartenenti alla Ligue de Football Professionnel e addirittura club provenienti dai dipartimenti d'oltremare, ovvero Martinica, Guadalupa, Tahiti e Nuova Caledonia fra le altre.

venerdì 20 febbraio 2015

Pelé chi? La storia dimenticata di Josef Bican

Trattandosi di uno sport di squadra, nel calcio i record individuali sono sì importanti, ma non hanno quella fondamentale importanza che rivestono ad esempio in sport individuali come l'atletica. Quindi i record personali nel calcio fanno parte di quel gruppo di cose che fa piacere ottenerle, ma il cui conseguimento non è di certo fondamentale: non mi risulta difficile immaginare Miro Klose molto più felice la scorsa estate, quando ha vinto un titolo mondiale da dodicesimo uomo (e che dodicesimo uomo, essendo stato decisivo quando chiamato in causa nei momenti chiave della cavalcata tedesca in Brasile), rispetto al mondiale 2006, chiuso con in tasca un titolo di capocannoniere ma con Grosso e Del Piero a uscire festanti dal Westfalenstadion.
Quasi come logica conseguenza, parecchi record individuali, il più delle volte risalenti a epoche remote, non sono nemmeno conosciuti ai più. Eccetto uno: quello di miglior cannoniere in assoluto nella storia del calcio. Tutti infatti sanno che la corona dei bomber all-times spetta al brasiliano Pelé, capace di realizzare 1281 gol in carriera fra Santos, New York Cosmos e Nazionale Brasiliana.
"Pelé chi?"

martedì 10 febbraio 2015

Il bello del calcio: Tahiti-Nigeria

La quarta storia che vi propongo, per il filone "Il bello del calcio", è decisamente sui generis. È infatti una partita che in moltissimi non ricordano, ed effettivamente neanche io ricordo perché l'abbia vista - davvero non avevo di meglio da fare? - Eppure, quella partita mi ha colpito tantissimo, al punto da credere che valga la pena di essere raccontata.
Non è la storia di una gran partita con dei grandissimi campioni: proprio per questo ve la racconto; infatti non c'è sempre bisogno dei campioni, dei grandi allenatori, di un gran gioco, di una partita apertissima fino all'ultimo per emozionare una platea.

venerdì 6 febbraio 2015

Un anniversario particolare...

Il calcio è per molti versi lo sport del mondo. Non me ne abbiano i fan di tutti gli altri sport, che pure seguo e mi piace farlo, ma nessuno di essi è penetrato così intimamente nell'umanità come il calcio.
Calcio che è ovunque praticamente: basta affacciarsi alla finestra della propria casa e con ogni probabilità troverete un paio di ragazzini a correre per strada tirando calci a un Super Santos. Anzi, a volte nemmeno quello: perché il calcio è un gioco che ha conquistato tutti, a cui tutti nella vita hanno bene o male giocato, proprio per l'estrema semplicità di giocare una partita. Basta solo un poco di spazio e un qualsiasi cosa da prendere a calci, e il gioco è fatto. Anche quando non c'è il pallone, troverete comunque qualcuno correre e prendere a calci una lattina, una pigna, dei fogli di carta legati alla meglio con lo scotch, persino (storia di vita vissuta questa, fra i banchi della 3ª D alle scuole medie) con un portapenne, cercando di spingere la "palla" in questione dentro una porta immaginaria, spesso limitata dagli zaini, dai soprabiti, dai pali della luce, non c'è limite all'inventiva del calciatore. E per le traversa? Quella era tutto frutto della fantasia, basata il più delle volte sui limiti fisici di elevazione del sorteggiato ad andare in porta (solitamente il più scarso, quindi eccomi bello e pronto!).
Il luogo, come detto, può essere uno qualunque: un cortile, una strada, la palestra della scuola, la parrocchia, una spiaggia, un giardino, insomma ovunque un numero congruo di persone abbia lo spazio per muoversi. Questa filosofia di intendere il calcio, che è stata la chiave affinché questo gioco spopolasse nella working-class inglese di fine Ottocento, si è sviluppata davvero ovunque: e se ci sono ancora oggi luoghi del mondo dove il basket, il rugby, il cricket, il baseball o altri sport sono né più né meno che sconosciuti, in ogni landa sconosciuta della Terra potreste trovare riproposta, pari pari, la scena che vi ho appena descritto.
La mia storia comincia in uno dei posti più lontani che vi possa venire in mente: un bel posto, ricco di spiagge incontaminate che affacciano su un mare favoloso, regalando dei paesaggi assolutamente da cartolina, di quelli che vi ritrovate come impostazioni predefinite sui vostri desktop.

lunedì 2 febbraio 2015

Matt Busby e il suo conto in sospeso con il destino

All'Empire Stadium di Wembley, quel 29 maggio 1968, si gioca una partita unica: la finale di Coppa dei Campioni. Non è però solo per questo ad essere una partita speciale, piuttosto sono le due squadre che si affrontano a renderla tale. Una in particolare, il Manchester United: per i Red Devils è la prima volta al gran galà, a differenza dei suoi avversari, il Benfica di Eusebio, alla quarta finale europea della sua storia. È motivo di grande orgoglio per i protagonisti fra campo e panchina l'aver raggiunto questo grande traguardo. Ce n'è uno in particolare però, per il quale è quasi un atto dovuto essere lì a Wembley quella sera: Matt Busby.